"Non dubitare che un gruppo di cittadini impegnati e consapevoli possa cambiare il mondo: in effetti è solo così che è sempre andata" (Margaret Mead)



Quello che fai per te stesso morirà con te,quello che fai per gli altri rimarrà per sempre


Palio dei Normanni, 12/13/14 agosto

giovedì 10 ottobre 2019

“Plastic free” aspettando il 2021 iniziamo a ridurre l’uso degli imballaggi e della plastica usa e getta.


Di seguito la lettera indirizzata all'Amministrazione comunale relativamente la tematica “Plastic free”

Piazza Armerina, 09 ottobre 2019

Al Sindaco avv. Nino Cammarata
Al vicesindaco D.ssa. Flavia Vagone
                                   Loro Sedi

Oggetto: Delibera di G.M. n°178 del 3/10/2019 plastic free – dichiarazione di intenti.

Gli scriventi Filippo Rausa e Francesco Galati, rispettivamente Presidente del nobile quartiere Monte Mira e Presidente dell’Associazione Turistico-Culturale Mira 1163, rivolgono alle SS.LL. un plauso per avere affrontato la problematica ambientale “Plastic free” con la dichiarazione di intenti, giusta delibera di Giunta Municipale n° 178 del 3/10/2019.

Risulta meritoria tale attività amministrativa, ma che la stessa, dovrà avere un successivo iter burocratico tramite comunicazione a tutti gli operatori turistici (albergatori, ristoratori, bar, caffetterie, ecc.), con particolare riguardo degli operatori della zona commerciale della Villa Romana del Casale, e inoltre, ai dirigenti scolastici, responsabili degli uffici istituzionali, affinché inizino a limitare l’utilizzo della plastica (ricordando che nel 2021, come da direttiva europea, ope legis, entrerà in vigore il divieto di utilizzo della plastica), di imporre ai propri uffici e scuole di pertinenza (vedasi ad esempio l’asilo nido comunale), di effettuare la raccolta differenziata come pure fare utilizzare materiale monouso biodegradabile.

Senza tale direttiva e “imposizione” l’atto di cui all’oggetto risulterebbe essere solo una “dichiarazione d’intenti” e un mero atto amministrativo fine a se stesso.

Infine, si rappresenta che, senza alcuna polemica, da una lettura dell’atto di cui all’oggetto solamente un’istituzione è stata menzionata quale promotrice della segnalazione, non tenendo conto che le scriventi associazioni avevano, in data 18 giugno 2019, fatto apposita richiesta di deliberazione della G.M. e addirittura del C.C. per approvazione ope legis divieto uso plastiche mono uso a far data 2021 direttive Unione europee”.

A parere degli scriventi, nell’atto pubblico di deliberazione vanno menzionate tutte le richieste cartacee che provengono da Associazioni o da enti pubblici.  

Cordiali saluti,

                              Il Presidente Mira 1163                                       Il Presidente del Quartiere
                            Francesco Galati                                                    Filippo Rausa


domenica 6 ottobre 2019

Federico II alle crociate: Dio lo vuole (oppure il Papa?) [2°puntata]

La vita di Federico II, personaggio icona del Medioevo; raccontato con uno spirito diverso da quello che troverete nei soliti libri di scuola. Liberamente tratto dal sito di Carla Cossu.

Allora, dove eravamo rimasti? Si parlava di Federico II e di quanto fosse figo, mi pare. Nella prima puntata (che trovate qui), vi ho raccontato di come Costanza d’Altavilla lo diede alla luce nella piazza principale di Jesi (con un travaglio pubblico degno dei peggiori reality sulla gravidanza di MTV), dell’ascesa alla corona imperiale e del rapporto col suo tutore, Papa Innocenzo III. Nella puntata di oggi invece ficcheremo il naso nella vita sentimentale del nostro eroe e seguiremo la sua avventura, a tratti un po’ brancaleonesca, alle Crociate.


Vi ricordate? Nel 1215 Federico era tornato dalla Germania tutto contento e baldanzoso, con in testa la corona del Sacro Romano Impero. Il suo angelo custode Innocenzo III lo aveva accolto a braccia aperte, ma gli aveva fatto promettere che mai e poi mai avrebbe congiunto in un unico stato l’Impero e il Regno di Sicilia: per lo Stato Pontificio sarebbe stato troppo grosso il rischio di essere schiacciato dalla fusione di due colossi simili.
Giusto un anno dopo, nel 1216, Innocenzo morì, lasciando il posto a Papa Onorio III, un caro uomo con una sola fissa nella vita: fare le crociate. 
«Ah Federì, visto che te piace sta’ ar centro dell’attenzione, famme la cortesia, pijia ‘na barchetta e parti pe’ Pechino Express-Terrasanta edition… se me fai ‘sto gran favore te giuro che t’incorono imperatore pur’io.», proponeva il pontefice. E lo incoronò davvero, nella basilica di San Pietro, il 22 novembre 1222. Riguardo alla Crociata però Federico, che mirava in realtà a estendere il suo regno su tutta la penisola italiana, continuava a nicchiare: «Eh, Signor Papa, io partirei pure, ma son pieno di problemi. C’ho i ribelli Saraceni in Sicilia, i principi tedeschi che litigano…poi mi si è ammalato il gatto e in ogni caso domani ha messo pioggia. Ne riparliamo più avanti magari».
In effetti Federico di incombenze ne aveva parecchie: era impegnato a trasformare il suo regno al Sud Italia nello stato centralizzato più moderno che si fosse mai visto. Portò avanti riforme amministrative, legislative ed economiche (destinate poi a culminare nelle Costituzioni di Melfi del 1231), mettendo al loro posto i prepotenti feudatari locali. Fondò a Napoli la prima università statale d’Europa, costruì fortezze e popolò la sua corte di intellettuali che ebbero il merito di porre le basi per la futura letteratura italiana (vi dice qualcosa la Scuola siciliana?). E in tutta questa frenesia di riforme, come ogni star, ebbe pure il tempo di scrivere il proprio best-seller: “De arte venandi cum avibus”, ossia un trattato sulla caccia praticata con gli uccelli, attività in cui, tanto per cambiare, era un campione indiscusso.
Castel del Monte ad Andria (Puglia), una delle fortezze di Federico II
Nel frattempo l’Imperatore era purtroppo rimasto vedovo, essendogli venuta a mancare, nel 1222, la moglie Costanza d’Aragona. Fu così che Papa Onorio III, che non riusciva proprio a mettere da parte il cruccio del Santo Sepolcro occupato dagli infedeli, pensò bene di fare da cupido al sovrano e procurargli una nuova moglie, Jolanda di Brienne che, guarda un po’ il caso, era figlia proprio del re di Gerusalemme.
Il matrimonio non iniziò esattamente col piede giusto. Innanzitutto la sposa aveva 13 anni e a dirla tutta era anche un po’ racchia; in sostanza, non era la candidata ideale per un Federico trentenne, col mondo in pugno e avvezzo alle più affascinanti donne d’Europa. Le cronache ci dicono che, già alla prima notte di nozze, il sovrano aveva trovato una piacevole distrazione in Anais, dama ventenne, esotica, disinibita, nonché cugina della sposa. E bravo Fede, ti è andata bene che la povera Jolanda era giovane e inesperta, perché se fossi stato mio marito ti avrei fatto vedere i sorci verdissimi. E quella non fu che la prima di tante scappatelle a cui, ad un certo punto, seguì una vera e propria sbandata, una quelle passioni che ti sconquassano la vita.
Federico e Bianca (dal Codex Palatinus Germanicus 848)
Agli anni di matrimonio con Jolanda infatti risale anche l’inizio della relazione con Bianca Lancia, il suo unico vero grande amore. Tra le poche informazioni certe che abbiamo di lei c’è il fatto che fosse bellissima, di origine piemontese, che abbia dato a Federico tre figli(Costanza, Manfredi e Violante, nati tra il 1230 e 1233) e che i due si siano sposati soltanto quando lei era ormai sul letto di morte. Tra le tante leggende che sono poi fiorite su questo rapporto, invece, ce n’è una che racconta di un Federico gelosissimo che, temendo che la gravidanza di Bianca fosse il frutto di un adulterio, fece rinchiudere l’amata nella torre di un castello di Gioia del Colle. Vinta dal dolore e dall’umiliazione Bianca, come estrema prova di innocenza, si sarebbe recisa i seni per farli recapitare all’Imperatore, insieme al neonato che, a quanto pare, era il suo ritratto sputato. Dopo di che sarebbe passata a miglior vita, lasciando però il suo spettro ad infestare la torre.
Ma mettiamo da parte le leggende e ritorniamo ai fatti. Papa Onorio III morì nel 1227, senza la soddisfazione di veder Federico intraprendere la tanto agognata crociata. Al soglio pontificio salì allora Gregorio IX che, fin da subito, mostrò un’indole meno paziente del predecessore:
«Ah Federì, allora? La famo sta crociata?»
«Guardi, Santo Padre, veramente mi si è appena rotta la caldaia, dovrei andare…»
«Ah, e così fai lo gnorri? E allora beccate ‘sta scomunica.»

Gregorio IX
Essere scomunicati all’epoca non era un problema da poco, perché nessuno era tenuto ad esser fedele ad un sovrano espulso dalla Chiesa; Federico quindi, seppur strisciando i piedi, si decise a partire. Purtroppo però, siccome la fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo, dopo pochi giorni di traversata…TAC, una bella pestilenza colpì le truppe, costringendo le navi ad un repentino rientro in porto. Il Papa, a cui il sovrano aveva già fornito, come alibi per evitare la partenza, una ventina di nonne morte e una dozzina di “Il cane mi ha mangiato le mappe di navigazione”, pensò di esser stato preso per i fondelli per l’ennesima volta e ribadì la scomunica.
L’anno successivo, per la serie “Provaci ancora Fede” il nostro eroe ripartì, proprio per dimostrare a Gregorio IX che lui la buona volontà stavolta ce la stava mettendo tutta. Arrivato in Terrasanta, però, come al solito, fece le cose nel suo stile: non ci pensò nemmeno a sguainare la spada, ma si presentò al cospetto del Sultano Al-Malik al-Kamil e gli disse: «Al, parliamo da persone mature. Ti propongo un accordo.» Il Sultano, che era una persona ragionevole (era lo stesso che nel 1219 aveva accolto con amicizia la visita di San Francesco d’Assisi) accettò: in quattro e quattr’otto, grazie alla diplomazia di Federico, Gerusalemme era tornata in mano ai cristiani, fatta eccezione per pochi luoghi sacri cari ai musulmani.
Federico e il Sultano
L’Imperatore quindi tornò in Italia, dove Gregorio XI lo aspettava in testa ad un comitato di accoglienza non troppo festoso: il Papa, oltre ad aver approfittato dell’assenza del sovrano per mettergli contro le città italiane, era ben poco soddisfatto del modo in cui Federico aveva risolto la questione gerosolimitana  «Ma come» protestava il Pontefice «Te se manda in Terrasanta con l’ordine de dà a ‘sti infedeli una pizza tarmente forte da faje piagne tutto l’arbero genealogico fino a Maometto…e te che fai? Ce piji er the coi pasticcini e ce fai la pace? Vai a fà er fijo de’ fiori… “Semo tutti fratelli, volemose bene“? Nun me versi manco una goccia de sangue in onore de Gesùcristosignorenostroonnipotente?»
«Chiedevate Gerusalemme ed io ve l’ho restituita cristiana. Ora sta a voi restituire alla Cristianità il suo Imperatore» tagliò corto Federico. Il Pontefice dovette farsi andare giù il boccone. Federico aveva portato a termine il compito, la scomunica doveva essere ritirata e la Chiesa doveva riaccoglierlo in seno.
Tuttavia questa non fu che la prima battaglia della lunga guerra che oppose i due massimi poteri dell’epoca e che sarà destinata a trascinarsi ancora a lungo. Ma se volete sapere come finisce la storia dovete aspettare il terzo ed ultimo capitolo, il più amaro, che parla di guerre, tradimenti, eventi luttuosi e, ovviamente, altre scomuniche. 
A presto e come sempre ALLA PROSSIMA PUNTATA.

sabato 5 ottobre 2019

Presentazione del libro: L'area nord dell'insediamento medievale presso la Villa del Casale


FAI, le attività al Castello Aragonese di Piazza Armerina sabato 12 e domenica 13 ottobre



La Domenica con Gesù, XXVII del T.O. / C

……… per tutti coloro che desiderano lasciarsi guidare dalla Parola di Dio: un commento per meditare e per prepararsi alla Liturgia della Santa Messa domenicale 

“Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti…? Perché mi fai vedere l’ iniquità e resti spettatore dell’ oppressione ?...” Ab 1,2-3;2,2-4 . “Figlio mio, ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l’ imposizione delle mie mani…Soffri con me per il vangelo…” 2 Tim 1,6-8, 13-14 . 
“…Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: sradicati e vai a piantarti nel mare, ed esso vi obbedirebbe…Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare” Lc 17,5-10.


Valorizziamo la meditazione dello studioso E. Ronchi. Egli afferma: la richiesta degli apostoli, “accresci la nostra fede”, si comprende meglio, leggendo il versetto precedente del vangelo odierno: “Se tuo fratello commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte al giorno ritornerà a te dicendo: “sono pentito”, non semplicemente, “scusa” (sarebbe troppo comodo), ma: mi converto…”, allora tu gli darai fiducia, gli darai un credito immeritato, come fa Dio con te; questo è il vero perdono, quello capace di non guardare a ieri, ma al domani: che non libera il passato, libera, bensì, il futuro della persona.

Vediamo che gli apostoli temono di non farcela, ecco il motivo per cui chiedono: “Signore, aumenta la nostra fede”. Ma questa è una preghiera che Gesù non esaudisce. Perché la fede implica la nostra risposta ai doni di Dio, al suo “corteggiamento” mite e disarmato. Invece, le parole del Signore suonano così: “Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dir a questo gelso: sradicati e vai a piantarti nel mare ed esso vi obbedirebbe”. A questo punto, ecco l’ arte di Gesù, il perfetto comunicatore, la potenza e la bellezza della sua immaginazione: alberi che obbediscono, gelsi che vanno a piantarsi sul mare ! Appare particolarmente efficace il poeta, J. Twardowski, quando afferma: “Anche il più gran santo / è trasportato come un fuscello / dalla formica della fede“ .

Tutti abbiamo visto genitori feriti, missionari coraggiosi, giovani volontari felici e inermi.

La seconda parte della pagina del vangelo immagina una scena tra padrone e servi, conclusa dalle famose parole di Gesù: “quando avete fatto tutto, dite, siamo servi inutili “. Inutile significa che non serve a niente, che non produce. Ma il senso dell’ espressione, in realtà, è questo: quei servi non sono né incapaci nè improduttivi; infatti, essi arano, pascolano, preparano da mangiare. Ciò significa: siamo servi senza pretese, senza rivendicazioni, senza secondi fini. Il Signore ci chiama a scegliere, in un mondo che parla il linguaggio del profitto, di parlare la lingua del dono; in un mondo che percorre la strada della guerra, di prendere la mulattiera della pace. 

                                                                        Mons. Antonino Scarcione

Giornata nazionale delle famiglie al Museo


venerdì 4 ottobre 2019

Pillole di Storia, 1582: quando il Papa viaggiò nel tempo


La sera del 4 ottobre 1582, papa Gregorio XIII si tolse le pantofole e si infilò sotto le coperte, per risvegliarsi il 15 dello stesso mese.

Il punto non è che il Santo Padre era un dormiglione. Come molti di voi avranno certamente già intuito, il punto è un altro: nel 1582, veniva attuata la riforma che portò all’adozione del calendario gregoriano. Al fine di riallineare il calendario al ciclo delle stagioni, il 1582 perse dieci giorni: i giorni dal 5 al 14 ottobre furono inghiottiti nel nulla. Fu un piccolo… viaggio nel tempo, per buona parte della Cattolicità.

Fin qui, la storia è nota, ma ci sono altre piccole chicche che meritano d’esser raccontate.
A partire da quella che è la più grande domanda: ma in effetti, cosa diamine c’entra, un Papa, con la riforma del calendario?
Voglio dire: proprio il Papa, doveva prendersi la briga di far tutto ‘sto macello? Non poteva provvedere qualche altra autorità? Chi diamine gliel’ha fatto fare, a Gregorio XIII?

Beh: esattamente il fatto di essere il Papa.
Gregorio XIII si prese l’incomodo di riformare il calendario, non tanto perché fosse un sovrano illuminato o perché avesse particolari interessi in campo astronomico.
Di sovrani illuminati appassionati di scienza ce ne son stati molti, e non era certo un mistero che il calendario giuliano presentasse numerose pecche. Ma nessuno s’era preso la briga di metter mano al calendario universale (pensate a quale mastodontica e rognosissima operazione!), per il semplice fatto che… vabbeh. In fin dei conti, che te cambia?

Il grosso problema del calendario giuliano era che, col passar del tempo, si era disallineato rispetto al reale ciclo delle stagioni. Per capirci: il calendario diceva “oggi è l’equinozio di primavera”, ma in realtà, dal punto di vista astronomico, il vero equinozio cadeva in un altro momento.
Penso che riconosceremo tutti che, all’atto pratico, si poteva vivere piuttosto serenamente anche con un calendario sfalsato. Alla fin fine, chi è che vede stravolgersi la sua quotidianità a seconda della data di un equinozio?
Qualche scienziato pazzo, magari. Un astronomo di professione.
E poi l’intera cristianità, ovviamente.

Talvolta, tendiamo a sottovalutare quest’aspetto, ma i Cristiani calcolano la data della Pasqua a partire dall’equinozio di primavera. Il cardine dell’anno liturgico (sul quale si plasmava, all’epoca, anche il calendario civile) è inscindibilmente legato a quel momento.
Nel 1577, il “vero” equinozio di primavera, quello astronomico, era ormai notevolmente lontano rispetto alla data segnata sul calendario (cadeva attorno all’11 marzo). E quando la cosa fu portata all’attenzione di Gregorio XIII, il Santo Padre ci mise ben poco a rendersi conto che la situazione era grave.

Per fortuna, c’era chi era pronto a correre ai ripari.
Per gran parte della sua vita, Luigi Lilio, un oscuro astronomo calabrese sul cui conto sono sopravvissute incredibilmente poche notizie, era stato messo a libro paga dal conte Carafa di Ciriò per occuparsi dell’annosa questione. Lilio morì non si sa bene quando, ma comunque prima che i suoi studi fossero presentati a Gregorio XIII. La soddisfazione, diciamo così, ce l’ebbe post mortem: le proposte di Lilio furono la base per la riforma calendariale. Impossibilitato a remunerare lo scienziato, il papa scelse di beneficiare i suoi eredi, e accordò loro, per qualche tempo, il monopolio assoluto nella stampa di calendari.

Tutto molto bello, sennonché… beh: non è mica facile, stravolgere di punto in bianco il calendario universale. Non sarebbe facile nemmeno adesso per la comunità scientifica, figuriamoci nel ‘500 per il Papa.

Con la bolla Inter gravissima del 24 febbraio 1582, Gregorio XIII imponeva l’adozione del nuovo calendario a quella parte di cristianità che era fedele a Roma. Già questo sarebbe bastato a tagliar fuori una larga fetta d’Europa, ma va detto che manco i Paesi cattolici se lo filarono più di tanto. La Francia accettò sì di uniformarsi al nuovo calendario, ma volle farlo a fine anno, nel mese di dicembre; i Paesi Bassi cattolici aderirono nel 1583; l’Austria e la Baviera nel 1584; la Polonia nel 1586; l’Ungheria nel 1587.
Già questa serie di adesioni scaglionate dovrebbe rendere l’idea del caos che si dovette vivere in Europa, in un tempo in cui la domanda “quanti ne abbiamo oggi?” prevedeva una risposta decisamente non scontata.
Ma il peggio accadde in Svizzera e in Germania, aree in cui, a distanza di pochissimi chilometri, si alternavano Stati protestanti a Stati che erano fedeli a Roma. In quelle zone, sarebbe bastato varcare una linea di confine per fare proprio malgrado un… viaggio temporale. Se gli Stati cattolici, infatti, avevano già adottato il calendario gregoriano, gli Stati protestanti erano fermi al calendario giuliano, e quindi vivevano “dieci giorni indietro” rispetto alla Cattolicità. Con conseguenze pittoresche in termini di contratti, affitti e stipule di atti notarili, come potrete facilmente immaginare.

I Paesi protestanti non avevano nulla da eccepire sulla natura scientifica della riforma, che solo raramente fu criticata sul piano accademico. Il loro problema era, prevedibilmente, legato all’autorità che cercava di imporla, questa benedetta riforma. Che il papa di Roma pretendesse di governare sul mondo al punto tale da cambiare addirittura la data segnata sul calendario (!) – ecco, quello no. Quello era inaccettabile, per i Protestanti.
Molti dei quali videro, peraltro, nella riforma del calendario, l’ennesima conferma di come il papa fosse l’Anticristo, tornato in terra per dividere e ingannare. Il teologo protestante James Heerbrand, ad esempio, accusò il papa di volersi sostituire a Dio nel regolare il corso del tempo e, peggio ancora, di aver volutamente stravolto il calendario per far cadere nel peccato i suoi seguaci.
Come? inducendoli a osservare le feste di precetto nei giorni sbagliati: cioè, inducendoli a non osservarle affatto.

Tra tutti gli Stati protestanti, fu la Prussia ad esprimere le posizioni più morbide riguardo la riforma. Per questioni di praticità, nel 1610 si rassegnò ad adottare il nuovo calendario, un po’ controvoglia. Ma fu un caso isolato: gli altri Paesi protestanti accettarono di mettersi al passo solo nel 1700, e solo quando scese in campo a perorare la riforma niente meno che Gottfried Liebniz, forte di una autorità che non poteva essere messa in discussione.
L’ultima, disperata resistenza fu tentata da Gran Bretagna e Svezia. Alla fin fine, capitolarono anche loro – rispettivamente nel 1752 e nel 1753 – non senza le proteste dei sudditi.

E così – dopo quasi due secoli di fatica – la riforma del calendario riusciva finalmente a imporsi in tutta Europa…
…o, per meglio dire: in tutta l’Europa occidentale. Ché gli Stati di cultura ortodossa fecero molta, molta più fatica ad accantonare il calendario giuliano, che, nel tempo, era divenuto una sorta di vessillo ideologico del movimento panslavista, a sottolinearne la distanza culturale dall’Europa.
Per capire le proporzioni del problema, vi basterà pensare che la famosa “rivoluzione di ottobre” che fece crollare la Russia zarista non si svolse ad ottobre proprio per niente.
O meglio: si svolse a fine ottobre secondo il calendario giuliano, quello ancora in uso all’epoca degli Zar. Ma il resto del mondo era già dieci giorni più avanti – sicché, tecnicamente, la rivoluzione d’ottobre ebbe luogo, per noialtri, tra il 6 e il 7 novembre.

Una cosa buona, i bolscevichi la fecero, una volta preso il potere. In un processo di modernizzazione e di presa di distanza dall’eredità zarista, decisero una buona volta di unirsi al resto d’Europa nell’adozione del calendario gregoriano. Il suo esempio servì a smuovere tutti gli altri paesi ortodossi, abituati all’egemonia culturale russa: la Bulgaria si mise al passo nel 1918; la Jugoslavia e la Romania nel 1919. L’ultima fu la Grecia, che adottò il calendario gregoriano nel 1923.

Non male, come tempi d’attuazione, per una legge che avrebbe dovuto entrare in vigore nel Rinascimento.

martedì 1 ottobre 2019

Federico II di Svevia, ovvero come diventare una star (nel XIII secolo) [1° puntata]


La vita di Federico II, personaggio icona del Medioevo; raccontato con uno spirito diverso da quello che troverete nei soliti libri di scuola.  Liberamente tratto dal sito di Carla Cossu.



Federico II, stupor mundi, “meraviglia del mondo”, lo chiamavano.   Già dal soprannome si capisce subito che uno così è destinato ad avere le luci della ribalta fisse su di sé, come se fosse il protagonista di un grande reality show tutto medievale.

Ma chi era questo Federico II? Mettetevi comodi, così ve lo racconto. Innanzitutto era, per così dire, figlio d’arte, essendo stati sia il padre (Enrico VI di Svevia) che il nonno (Federico Barbarossa), imperatori del Sacro Romano impero. 
Questo aveva comportato che, fin da subito, il suo debutto sul palcoscenico del mondo avvenisse con un certo clamore mediatico: correva l’anno 1194 e poiché 16 anni e incinta non avrebbe avuto molto share (capirai che scalpore, a 16 anni tutte le fanciulle medievali erano già sposate e con prole), sua madre Costanza d’Altavilla decise di mettere in scena un altro reality: 40 anni e incinta.

Figlia del re normanno di Sicilia Ruggero II, Costanza, fino ai 30 anni, non ne aveva voluto sapere di sposarsi e c’è chi vocifera addirittura che fosse una suora, fatta uscire a forza dal convento solo per sposare Enrico VI e sancire così un’alleanza tra Svevi e Normanni. Fatto sta che a 40 anni, un’età in cui, nel medioevo, le donne erano considerate ormai delle cariatidi, finalmente rimase incinta, scatenando un’ondata di maldicenze:
«Eh, ma figurati se davvero aspetta un figlio, è più vecchia delle piramidi!»
«Ma va che le hanno nascosto un cuscino sotto la gonna ed è tutta una messa in scena! Prenderanno il primo trovatello che passa e lo spacceranno per erede di re e imperatori!»

La nascita di Federico nella piazza di Jesi
A sentire tutto questo gossip a Costanza iniziarono notevolmente a girare le palle. «Avete voluto il circo mediatico?» disse. «E mo ve lo do io ‘sto circo». E così fece. Ordinò di piazzare un grande tendone nella piazza principale di Jesi e, per fugare ogni dubbio, andò lì a partorire di fronte a tutti. Fu così che il popolo, dopo tanto urlare «Spinga, Sua Maestà, spinga! Vediamo la testa!» poté assistere finalmente al primo vagito del piccolo Federico.

I primi anni di vita del bambino non furono dei più felici: a 4 anni gli erano già morti entrambi i genitori. Aveva però guadagnato un tutore di tutto rispetto: nientepopodimeno che il papa Innocenzo III che, seppur da lontano, provvedeva con solerzia al suo benessere e alla sua educazione. Così il pupo crebbe a Palermo, affiancato dai migliori maestri che fecero di lui un ometto impeccabile. Da ogni angolo era tutto un dire:
«Ma che bravo Federico, parla 7 lingue!»
«Che intelletto Federico, come padroneggia bene la filosofia, l’astronomia, le leggi e la matematica!»
«E che prestanza, che agilità, come cavalca bene! E che asso nella caccia!»

Nel frattempo, circondato di lodi, l’ometto si fece uomo, sposò Costanza d’Aragona (da cui ebbe un solo figlio, Enrico) e nel 1210 diventò a tutti gli effetti Re di Sicilia.

Il famoso trono
Contemporaneamente dall’altra parte delle Alpi i principi tedeschi si scannavano in una lotta senza quartiere per il trono imperiale. Alla fine fu Ottone IV di Brunswick a spuntarla, anche grazie all’aiuto di Papa Innocenzo III, a cui in cambio erano stati promessi diversi favori in materia economica e massima libertà nell’elezione dei vescovi. Purtroppo Ottone non impiegò molto a tradire la fiducia del Pontefice, piazzando le sue truppe in Italia e rivendicando per sé il possesso della Penisola. E mentre Innocenzo non smetteva di mangiarsi le mani per aver messo un simile voltagabbana sul trono imperiale, improvvisamente gli venne un’idea: si ricordò che in Sicilia c’era Federico, il suo enfant prodige, che era intelligente, valoroso, bellissimo e aveva sempre avuto ambizioni da tronista. Fu così che Federico, forte dell’appoggio e del denaro del Papa, partì, deciso a conquistare la famosa seggiolina rossa e a diventare il nuovo Costantino Vitagliano della Germania.

Nel frattempo le cose si erano messe male per Ottone: sempre più principi tedeschi gli avevano voltato la faccia e gli inglesi, a cui aveva chiesto appoggio, erano finiti fuori gioco, schiacciati nella guerra contro la Francia. Federico quindi, avendo dalla sua, oltre ad una grande abilità, anche una buona dose di fortuna, si ritrovò la strada aperta e, senza bisogno di versare troppo sangue, poté proporsi all'aristocrazia tedesca. La carica di imperatore infatti non era ereditaria, ma elettiva: significava cioè che il potere non passava di padre in figlio, ma il sovrano veniva votato dai principi (il che comportava, non di rado, che le cose si risolvessero in una carneficina). Federico, che aveva certamente un ottimo curriculum, sia per doti che per nascita, riuscì a convincere senza troppi problemi l’aristocrazia tedesca che, nel 1215, riunitasi in seduta plenaria, dichiarò: «Hai l’X-Factor, per noi è sì. Sei ufficialmente il nuovo tronist…ehm, imperatore».

Ritratto di Innocenzo III
Federico dunque tornò trionfante in Italia. A soli 21 anni aveva già nelle mani un potere immenso: come Imperatore del Sacro Romano Impero aveva sotto il suo controllo tutta l’Europa Centrale e il Nord Italia; come Re di Sicilia dominava sull’Isola e su tutto il Meridione. Nell’accoglierlo a braccia aperte, Innocenzo III (che nel mio immaginario, come tutti i Papi, parla in romanesco) gli disse:
«Ah Federì, bello de zio, so’ proprio contento: pure tra li crucchi sei riuscito a trionfà! Però nun vorrei che tutta ‘sta celebrità te desse a la testa e me facessi la fine der ragazzetto de Mamma ho perso l’aereo… Faje ‘na promessa a Innocenzuccio tuo: resterai modesto e nun unirai mai in un’unica entità statuale l’Impero e er Regno de Sicilia (pure pecché se no ‘sto poro Stato Pontificio m’o schiacci da Nord e pure da Sud!)»
«Stia tranquillo, Signor Papa» rispose Federico. «Le assicuro che le due corone rimarranno separate e che non appena mio figlio Enrico avrà un’età adeguata, la corona di Germania andrà a lui.»


In giallo i domini di Federico. In rosa lo Stato Pontificio
Sarà quello un giuramento che Federico non onorerà mai, con conseguenze che definire tragiche sarebbe riduttivo. Ma poiché la storia è lunga e complessa, il resto lo rimandiamo alla prossima puntata di questo Reality show medievale in cui, come in ogni trashata che si rispetti, non mancheranno passioni, liti e tradimenti: vedremo un Federico alle prese con il grande amore della sua vita, Bianca Lancia, ai ferri corti col Papato e a braccetto col Sultano, in guerra coi Comuni e tradito dai suoi affetti più cari. 

Per cui rimanete sintonizzati e ALLA PROSSIMA PUNTATA ...



I musici del nobile quartiere Monte Mira ospiti a Valguarnera

Ancora una volta successo di pubblico e di critica per i giovani musici del nobile quartiere Monte Mira impegnati a Valguarnera per la 3^ Sagra dello Zafferano...


Festa dei Nonni


La Festa dei Nonni è fissata il 2 Ottobre di ogni anno, giorno in cui la Chiesa festeggia gli Angeli.

La data della Festa dei Nonni 2019 è mercoledì 2 Ottobre 2019.

Si è voluto dedicare ai Nonni il 2 Ottobre proprio perché loro sono come Angeli Custodi per i loro nipotini.

La Festa dei Nonni è stata istituita nel 2005 per riconoscere ufficialmente il ruolo fondamentale dei Nonni nella nostra società, in special modo nell’aiutare la famiglia nell’accudimento dei nipoti.